I volti di Femart: Anna Piroli

Tra antico e moderno, la voce di Anna Piroli trova connessioni inattese e profonde. In questa intervista, racconta come interpreta la musica con libertà e precisione, l’incontro con compositori contemporanei e con maestri come  Jordi Savall, facendoci scoprire come scolpire la propria voce passo dopo passo.

 

sua carriera abbraccia sia la musica antica sia quella contemporanea. Come dialogano per lei questi due repertori così apparentemente distanti?
Li associo a un’idea di libertà interpretativa. All’inizio dei miei studi non è stata la scuola operistica italiana a darmi gli strumenti tecnici per far suonare la mia voce, ma la contemporanea e il Seicento: repertori dove, anche con una tecnica acerba, riuscivo da una pagina di segni a far musica, a esprimere il mio istinto che era tanto chiaro dentro di me quanto ostico da tradurre in suono. Con libertà non intendo certo uno scarso rigore nello studio della parte, ma le infinite possibilità che una buona conoscenza della prassi esecutiva può fornire. In qualche modo questi due mondi mi parlavano nello stesso codice e mi ispiravano a trovare le soluzioni nel mio spettro vocale, mentre cercare per imitazione il suono lirico in un’aria belcantistica mi pareva inarrivabile.
Poi ci sono anche arrivata, al belcanto, e mi ha insegnato moltissimo, ma quando già avevo costruito una geografia interna del mio suono, e sempre cercando nella musica quella libertà necessaria, imprescindibile.

 

Esistono punti di contatto o territori comuni in cui questi linguaggi si incontrano?
Sarà un paradosso ma penso che la prima affinità sia cronologica: il secondo Novecento ha visto cambiare radicalmente il linguaggio musicale classico e negli stessi anni emergere il gusto per la riscoperta degli stili “antichi”. Lo studio delle fonti da empirico si è fatto sempre più filologico, così abbiamo avuto accesso a un patrimonio infinito di musica, nonché alla sua riproducibilità discografica. Tutti questi fattori hanno influito sul cambio di paradigma vocale, in cui i pionieri della early music hanno virato in direzione opposta alla vocalità operistica per cercare un canto più strumentale, chiaro, pulito, vicino alla voce parlata. Credo che questo si possa inscrivere nello stesso fermento sperimentale che portò le avanguardie del secolo scorso a esplorare territori della vocalità lontani da quella che era la voce lirica tradizionale: recitazione, comicità, tradizioni non europee e, assolutamente non ultimo, il jazz.

 

Molti compositori contemporanei hanno scritto per lei. Come affronta la preparazione di un brano nuovo rispetto all’interpretazione del repertorio storico?
Mi verrebbe da dire che, ovviamente, di un brano in prima assoluta non esiste una registrazione con cui confrontarsi, ma questo talvolta succede anche nella musica antica quando si dà vita a musiche inedite! Così è stato per il mio primo disco, Affetti Canori, che è la riscoperta dell’Op. 6 di Giovanni Battista Bassani.
Quel che cambia è la possibilità di lavorare dal vivo con l’autore o l’autrice della musica, a volte anche in corso d’opera, prima che la stesura termini: si sperimentano approcci al suono, si esplorano le possibilità specifiche della mia voce, si discute sulla poetica. Questo è successo soprattutto con Maurizio Azzan, che oltre a essere uno dei maggiori compositori italiani della generazione dei “millennial” è anche un carissimo amico: per dare voce alla sua Ariadne abbiamo fatto sessioni preliminari all’IRCAM di Parigi e tenuto una fitta corrispondenza di bozze e di messaggi vocali. Pensare che questo scambio tra autori e loro interpreti di fiducia è così simile a ciò che accadeva nei secoli passati, quando ciò che noi oggi consideriamo storico era la viva attualità, mi emoziona molto.

 

Quali difficoltà, se ci sono, incontra nel passare da un repertorio all’altro?
Il repertorio che più mi mette in difficoltà è forse la polifonia rinascimentale. Il registro, in media, è piuttosto centrale e il necessario equilibrio delle voci fa sì che il suono debba restare molto incanalato, controllato, morbido, ma quasi trattenuto, non espanso. La stessa cosa può succedere con pezzi contemporanei dove magari si insiste su tessiture estreme, ma con un vibrato assai controllato. Dopo ore di incisione, magari al freddo (come spesso capita), le corde vocali rischiano di diventare un po’… “legnose”, termine non tecnico ma efficace!
In questi casi mi aiuta fare un riscaldamento profondo e ampio su tutta l’estensione, come se stessi per cantare Händel. Poi, se ho una pausa abbastanza lunga, cantare un’aria che mi stia molto comoda per resettare i miei passaggi e “massaggiare” le corde con qualcosa di familiare: di solito scelgo Aus Liebe di Bach.

 

Ci sono esercizi vocali che l’aiutano?
Utilizzo vari tipi di esercizi per il riscaldamento, a seconda di cosa andrò a studiare come agilità, legato, ampiezza, lirismo, articolazione, recitazione… Ho un nutrito pacchetto di vocalizzi raccolti negli anni di studio, testando vari metodi (come quello interessantissimo di Yva Barthélémy), ma tuttora prendo spunto dalle colleghe che condividono le loro routine vocali sui social. Però gli esercizi indispensabili sono i pre-vocalizzi a tratto semioccluso (in acronimo tecnico SOVTE), che servono ad attivare le corde vocali, gli spazi interni e l’appoggio diaframmatico con dolcezza, senza sforzo: uno classico è quel suono che facciamo con le labbra vibranti quando diciamo “brrrr che freddo”, ma a me piace molto anche la “v” prolungata.

 

Ha studiato con Emma Kirkby e lavorato, tra gli altri, con Jordi Savall. C’è un’esperienza che ha segnato in modo particolare il suo approccio alla musica antica e barocca?
Non posso dire di aver “studiato” con Emma Kirkby ma il suo impatto su di me è stato forte. La sua fu la mia prima masterclass, cui partecipai come uditrice, appena iscritta all’Istituto Pareggiato “Monteverdi” di Cremona: ero minorenne e avevo avuto la dispensa dal liceo per un paio di mattine. Ora che ci penso credo sia stata la prima volta che ho sentito un madrigale di Monteverdi dal vivo, un’emozione che non so descrivere. Di lei ricordo lo sguardo così aperto, come aperto è il suono della sua voce; il garbo e la generosità nel lavorare con gli allievi sui vari passaggi e l’ossessione per le vocali, affinché suonassero chiare e definite come è la natura della nostra lingua italiana.
E cosa dire del Mestre Savall? Iniziare a lavorare con lui ha cambiato non solo la mia figura professionale ma il modo stesso in cui vivo la musica oggi. La svolta è stata essere invitata nell’estate del 2022 ai primi due progetti con Hespèrion XXI, in organico vocale a parti reali e dunque con molti punti solistici per il soprano. Non ci potevo credere, e ho studiato le parti più che potevo! Il primo concerto era sul Rinascimento spagnolo e napoletano, ed ero abbastanza “a casa mia”, mentre il secondo era sulle Cantigas de Santa Maria di Alfons el Savi ed è stato per me un incontro folgorante con la musica medievale, che da lì ho cominciato ad approfondire.

 

Quali consigli darebbe a giovani che vorrebbero iniziare a studiare canto?
Quando insegno dico sempre che la difficoltà del canto consiste nel dover fare liuteria del proprio strumento, ossia costruirlo pezzo a pezzo, e intanto imparare a suonarci. Con questa consapevolezza, consiglierei di affidarsi alla curiosità e non fermarsi a una sola strada; di non credere alla gerarchizzazione dei repertori e delle taglie, per cui “voce piccola = meglio che passi al barocco”; di essere pazienti con lo sviluppo del proprio strumento perché la voce riserva le sue migliori sorprese dopo i 30 anni; di sviluppare uno “spirito critico di sopravvivenza” per mettersi al riparo da quei docenti che complicano, mistificano, umiliano, procrastinano e non forniscono strumenti concreti e tangibili di miglioramento. Il percorso è lungo, direi lunghissimo, e per nulla lineare, ma ci si inizia a lavorare dal primo minuto della prima lezione. Se dopo un mese si ha la sensazione di aver accumulato solo ostacoli e neanche una semplificazione – un passaggio meno faticoso, un movimento interiore percepito con chiarezza, un suono migliorato – si è perso già fin troppo tempo e quell’insegnante forse non fa per noi.