I volti di Femart: intervista a Meredith Airò Farulla

Meredith Airò Farulla, attrice di grande esperienza e sensibilità teatrale, si racconta in questa intervista, svelando anche il suo approccio alla scrittura di Jane Austen, che considera una «una donna del proprio tempo, pur avendo, su quel tempo, uno sguardo estremamente lucido e moderno». Per l’attrice, le eroine austeniane sono personaggi complessi e sfaccettati, con lati di luce e lati d’ombra, sempre capaci di insegnare qualcosa sul coraggio, sull’intelligenza e sulle emozioni.
La lettura che darà delle opere della scrittrice inglese nel nostro Omaggio a Jane Austen del 4 ottobre, in occasione del 250 anniversario della nascita, ne farà emergere questi tratti, restituendo al pubblico la profondità e la modernità della sua scrittura.

 

 

 

Quando ha capito che il teatro sarebbe stato il suo lavoro? C’è stato un momento preciso o è stata una decisione che è maturata poco a poco?
Il teatro mi è sempre piaciuto, fin da piccolissima. Ho sempre fatto dei corsi a scuola, elementari, medie e liceo, e quei momenti sono tra quelli che ricordo meglio di tutta la mia infanzia e adolescenza. Ma non ho pensato al teatro come professione fino alla fine delle scuole superiori. Dopo la maturità volevo iscrivermi a filosofia, ma alla fine – non so spiegarmi il perché, forse un’intuizione – ho deciso di tentare il provino per entrare all’accademia teatrale. Quell’anno non sono stata presa. Così mi sono messa d’impegno, ho frequentato dei corsi più seri e ho riprovato l’anno dopo. Sono entrata all’allora Accademia Teatrale Veneta di Venezia. È stata l’esperienza più forte della mia vita.

 

 

 

Nel suo percorso formativo si è confrontata con la Commedia dell’arte che lascia estrema libertà espressiva, ma richiede una rigorosa disciplina. Cosa la affascina di più di questo linguaggio teatrale e cosa invece trova più difficile da restituire al pubblico di oggi?
Ho scoperto la commedia dell’arte poco prima di iniziare a frequentare l’accademia e per me è stata una folgorazione. Quello che all’epoca mi aveva lasciata a bocca aperta era l’energia sprigionata dall’uso che gli attori facevano del ritmo. Nelle parole e nei gesti non c’era pensiero e non c’era nulla di naturalistico, era come una musica, era come venire trascinati in una danza in cui a ogni passo c’è una sorpresa che non ti aspetti. Quello che vedevo non assomigliava a nulla che avessi mai visto prima. E poi c’era la maschera. Ci sarebbero migliaia di pagine da scrivere su questo argomento, mi limiterò a dire che, come mi è stato trasmesso, la maschera non nasconde ma rivela, è una porta per un mondo che non ha a che fare con il razionale, è una torcia che illumina alcuni colori dell’animo umano che di solito tutti preferiamo non guardare.
Durante gli studi in accademia avrei ritrovato tutti questi elementi meravigliosi che mi avrebbero aiutato moltissimo anche in altre forme di teatro. Infatti, parlando in termini più concreti, il lavoro di maschera e di commedia dell’arte è anche un’ottima base tecnica per un attore: le azioni, le parole, tutto deve essere eseguito con estrema precisione in modo da essere comprensibile per lo spettatore, per divertire, sorprendere, commuovere. È una forma di teatro molto faticosa e che regala molta soddisfazione.
Nonostante la forza di questo linguaggio, in grado di di arrivare senza filtri, negli spettacoli di commedia dell’arte che si vedono ancora oggi le storie raccontate fanno spesso riferimento a un passato che ha ormai poco a che fare con la società contemporanea e con i problemi che affronta. Ci sono, tuttavia, registi e compagnie che provano, attraverso il linguaggio della commedia, a guardare il mondo di oggi, a costruire caratteri che conservino la sostanza di quelli tradizionali ma che abbiano una forma più attuale. Non è facile, considerando anche l’immagine stereotipata che ha la commedia dell’arte per gran parte del pubblico.

 

 

 

Durante i suoi studi ha approfondito lo studio della parola, della sua musicalità e della sua forza evocativa: che cosa significa, per lei, dare corpo e vita alle parole in scena
Uno dei principali fraintendimenti di chi comincia a fare teatro e ad affrontare i testi è che le parole siano cose che si dicono. Viene naturale pensare che il testo vada parlato mentre in scena si fanno delle cose, come spostare oggetti, camminare su e giù, fumare una sigaretta. In un teatro ideale, tutto ciò che è in scena dovrebbe essere azione, qualcosa che succede e che modifica lo stato psicofisico degli attori e del pubblico. E così anche le parole. Il testo dovrebbe sempre agire, innanzitutto sull’attore che lo dice. La parola, infatti, non è solo significato e non è solo racconto. Ha un suono, un ritmo, una sua energia che può diventare poetica. L’atto del parlare è, prima di tutto, un fatto fisico. Implica il respiro, il suono della voce, l’articolazione delle consonanti, coinvolge organi, ossa, muscoli ed è, di per sé, una cosa complicata e faticosa per il corpo.
Ogni attore sa bene che i segni scritti su un foglio bianco sono delle tracce che da sole non fanno accadere niente, ma che, se lette nel modo giusto, come una mappa, possono indicare direzioni preziose.

 

 

 

Nel 2018 ha preso parte allo spettacolo La Tragedia di Claudio M, opera contemporanea e teatro, diretto da Nynke van den Bergh nel quale musica antica e nuova si intrecciano nello stile del “cantar parlando” per rivelare, attraverso la lettura delle sue lettere, l’animo di Claudio Monteverdi, uomo ironico e artista geniale. Cosa ha rappresentato per lei questa esperienza e, da attrice, cosa ha trovato di affascinante e attuale nella musica del “Divino Claudio”?
La Tragedia di Claudio M è stata un’esperienza molto particolare. È stato stimolante vedere in prima persona come lavora un ensamble folto di persone con competenze diverse e diverse provenienze: cantanti, musicisti, tecnici. Noi attori avevamo un ruolo di raccordo fra le varie scene. Ma ci era anche stato richiesto di cantare in coro in un paio di momenti e ricordo con affetto l’aiuto e il sostegno dei cantanti per svolgere questo compito.
Ammetto che, fino a prima di quell’esperienza, non conoscevo la musica di Monteverdi e, all’inizio, l’avevo percepita come qualcosa di distante dal mio mondo. La apprezzavo ma sentivo di non avere gli strumenti per capirla. Poi, con il tempo e con l’ascolto, credo di essermene avvicinata. La forza emotiva che mi trasmettevano alcuni madrigali, la teatralità spiccata e drammatica di arie come Il lamento di Arianna hanno finito per sorprendermi e commuovermi. Avevo anche imparato qualche pezzo a memoria, a forza di ascoltarlo, e mi capitava di canticchiarlo fra me e me fuori dalle prove…

 

 

 

Da diversi anni affianca al lavoro di attrice, l’attività di insegnante: che cosa cerca di trasmettere a chi inizia questo mestiere e cosa, a sua volta, impara da loro?
Il lavoro di insegnante è arrivato quasi per caso: mi è stato proposto un ruolo da assistente che, negli anni, mi ha portato a insegnare. L’ho sempre considerato un mestiere molto delicato e pieno di rischi. Un insegnante può essere determinante nella vita di una persona, così come può fare dei danni. Io cerco di fare del mio meglio. Prendo molto dai maestri che considero i più importanti nella mia formazione, all’inizio credo venga istintivo “rubare” non solo gli strumenti tecnici ma anche il modo di insegnare. Col tempo, poi, ognuno scopre il proprio modo, che comunque contiene in sé tutta l’esperienza accumulata. Avendo iniziato solo da alcuni anni il mio percorso di insegnante, cerco di essere il più possibile un esempio positivo per gli allievi, una sorta di sorella maggiore che ha un po’ più esperienza. Mi piace parlare loro di quello che ha funzionato e che funziona per me a livello tecnico, di quanto è importante lavorare tutti i giorni con fiducia – nonostante a volte sembri inutile – e di quanto lavoro e fiducia, alla fine, paghino.
Insegnare è imparare due volte, diceva qualcuno. Ed è vero. Da quando insegno ho imparato molte più cose di quante ne avrei immaginate. Ho fatto degli errori, naturalmente, e ne faccio ancora perché è attraverso gli errori che si impara. Penso che gli allievi siano uno specchio dell’insegnante, nelle loro fragilità ma anche nei loro progressi; quando uno di loro si fida del lavoro e riesce a fare anche un solo piccolo passetto in avanti per me è una cosa bellissima.

 

 

 

Il prossimo 4 ottobre sarà impegnata nell’evento Omaggio a Jane Austen con il soprano Francesca Biliotti (con cui ha già lavorato nello spettacolo La Tragedia di Claudio M) e Elisa La Marca alla chitarra. Nei testi che interpreterà, emergono le contraddizioni di Jane Austen tra ironia, romanticismo e critica sociale: qual è l’aspetto della scrittura della Austen che più la colpisce e che desidera far arrivare al pubblico attraverso la sua lettura?
Di Jane Austen ho amato soprattutto l’elegante ironia e l’intelligenza. Trovo i suoi romanzi molto teatrali, perché tutto in essi è scarno, essenziale. Non ci sono molte descrizioni ricche di particolari, la psicologia dei personaggi, invece, è delineata in maniera precisa e tagliente e ogni piccolo evento narrato determina scelte e cambiamenti. Le eroine femminili di Jane Austen, come tutti i personaggi nati da grandi scrittrici e scrittori, sono umane e complesse, hanno lati di luce e lati d’ombra, talvolta suscitano simpatia, talvolta risultano insopportabili. Emma Woodhouse, ad esempio, vive una profonda trasformazione nell’arco del romanzo, passando da un vanitoso egocentrismo, che soffoca e inganna la sua intelligenza, a una lucida e matura consapevolezza dei propri limiti ma anche dei limiti dell’intelligenza stessa, cui spesso sfuggono la mutevolezza e la complessità dell’animo umano. Elizabeth Bennet, invece, è descritta dalla stessa Jane Austen come “la creatura più deliziosa mai apparsa in un volume a stampa”. È una giovane donna dall’animo indipendente e dall’acuta intelligenza, pur senza essere una ribelle nel senso stretto del termine: è, infatti, perfettamente inserita nel sistema di valori della propria epoca, sa esprimere il proprio punto di vista con forza e andare contro corrente pur rispettando gli usi e le convenzioni sociali. Senza contare che il suo arco narrativo termina con un matrimonio.
Ho l’impressione che Jane Austen sia una donna del proprio tempo, pur avendo, su quel tempo, uno sguardo estremamente lucido e moderno. Lotta in quanto donna scrittrice per far pubblicare i propri lavori, deride con occhio attento e lingua affilata la superficialità e l’ignoranza di uomini e donne della società dell’epoca; ama però anche partecipare ai balli, vestire con eleganza e fare pettegolezzi. E non smette mai di credere nell’amore romantico, come scrive nelle lettere alla nipone Fanny Knight, dalle quali si può dedurre che Jane, pur non essendosi mai sposata, abbia fatto esperienza diretta del sentimento dell’amore e delle sue conseguenze.
Io mi sono innamorata di Jane Austen e mi auguro che, a chi ascolterà la selezione che ho fatto dei suoi testi, ne arrivi un piccolo onesto ritratto.

I volti di Femart: intervista a Paolo Mutti

L’attore Paolo Mutti sin da bambino ha coltivato l’amore per la recitazione, nato grazie a un videoregistratore, con “la spia sempre accesa” che ha cambiato la quotidianità della famiglia.
L’entusiasmo di allora è ancora vivido nel suo percorso artistico che unisce teatro, cinema, doppiaggio e attività didattica. Lo si coglie in questa intervista esclusiva, dove si racconta attraverso i ricordi d’infanzia, gli incontri con i suoi grandi maestri, punti di riferimento imprescindibili, svelandoci qual è il suo legame con le opere di William Shakespeare, quali sono i suoi attori preferiti e un suo grande desiderio.

 

 

Quando ha scoperto di voler fare l’attore?
Ricordo che, quando avevo 4 anni, il mio babbo venne a casa con un grande televisore e un videoregistratore, che tra posseggo ancora. Rammento perfettamente l’emozione che provai, una novità assoluta che avrebbe cambiato la quotidianità della mia famiglia. Da quel giorno mio padre cominciò a registrare sulle VHS tutti i bei film, tutti i cartoni Disney che trasmettevano in televisione.
Ebbi anche la fortuna di avere due fratelli più grandi che a loro volta guardavano un sacco di queste cassette registrate, quindi stando con loro iniziai ancor prima delle elementari a farmi una cultura cinematografica, a imparare le battute dei film a memoria, a conoscere i nomi degli attori, dei registi e dei doppiatori. Con mio fratello ancora oggi mi diverto a citare pellicole per vedere se le riconosce.
Forse è da allora che mi sono reso conto che questa sarebbe stata la mia vita, la spia sempre accesa, la passione che diventa quasi ossessione, l’aria che ti fa respirare.

 

 

Il suo percorso artistico spazia dal teatro al cinema fino al doppiaggio. Come si fa, con linguaggi così diversi, a cogliere e trasmettere al pubblico le motivazioni e le relazioni profonde dei personaggi? Ed è necessario anche per il doppiatore cogliere gli aspetti psicologici del personaggio?
Ogni attore ha le sue tecniche e il suo vissuto. Non c’è una regola universale per raggiungere l’essenza di un personaggio. C’è chi scava nel proprio passato o nel passato di una persona vicina per trovare delle emozioni che magari non ha mai vissuto, ma che gli occorrono per divenire tutt’uno con colui deve rappresentare; c’è anche chi si estranea completamente da quest’ultimo, distinguendo sempre il proprio “io” da tutto il resto.
La cosa fondamentale è che, quando si termina, non ci si porti a casa tutte le scorie e le negatività incontrate durante questo studio: non sono fardello nostro, bensì di ciò che siamo e diventiamo durante le ore di lavoro.
Il teatro e il cinema hanno codici assolutamente diversi e bisogna plasmarsi in base a dove ci si trova. Il teatro racconta la verità non necessariamente attraverso la realtà; il cinema invece è assolutamente più realista, anche se non del tutto. Io credo che un bravo attore di teatro possa lavorare nel cinema; del contrario non sono così convinto.
Il doppiatore invece è tutta un’altra pasta: deve obbligatoriamente possedere una grande tecnica vocale, dizione, intelligenza, furbizia, esperienza. Non ha bisogno di immedesimarsi, anche perché non ha il tempo né la possibilità. Deve sottostare ai tempi che un’altra persona gli dà, quindi è fondamentalmente un lavoro tecnico e di bravura. Un film si gira in vari mesi, mentre il suo doppiaggio forse in una settimana; giusto per capire le tempistiche.
Per decenni la scuola italiana è stata la più grande e rinomata al mondo. Da qualche tempo, purtroppo, vi è un vistoso calo della qualità.

 

 

L’attore vive storie che non gli appartengono. Quanto è importante, se per lei lo è, “calarsi” nelle vite degli altri anche nella quotidianità, al di fuori del palcoscenico o del set?
È un lavoro che non ti abbandona mai, quello della recitazione. Bisogna sempre leggere, ascoltare cose nuove e soprattutto osservare. Sempre. Attraverso l’osservazione si possono scoprire e immaginare vicoli nascosti nell’esistenza di tutti quelli che ci passano accanto, per poi farli propri.
Ricordo in accademia, durante i primi giorni di corso, che un’insegnante ci disse di andare in stazione per analizzare più persone possibili: come camminavano, come gesticolavano, come parlavano, come si comportavano. Sembrava una richiesta assurda, ma poco dopo ne capii il vero scopo: studiare e vivere il corpo di un’altra persona, magari di età e sesso diverso dal tuo. Tutto ciò crea un bagaglio emozionale e comportamentale da cui si potrà attingere nel corso della propria carriera.
Gli imitatori sono maestri in questo ma sono un caso a parte. Non bisogna mai stancarsi di essere curiosi. Quindi sì, un attore si cala sempre nelle realtà che lo circondano, anche le meno interessanti. Deformazione professionale.

 

 

Ha lavorato con maestri come Gabriele Lavia, Gabriele Salvatores e il compianto Robert Wilson. C’è un insegnamento o un episodio che porta con sé?
Robert Wilson era un visionario, unico nel suo genere. Mi dispiace molto che sia mancato recentemente, ma nel contempo ha lasciato tanto al teatro americano e mondiale. Ricordo quando ci fece fare un esercizio in cui si doveva camminare da una parte all’altra di una stanza in tempi differenti, come dieci secondi, un minuto, cinque minuti e dieci minuti: tutto questo senza mai interrompere il flusso dei movimenti. Era veramente estenuante, ma questo ci fece capire quanto ritenesse importante per i suoi attori la coscienza del proprio corpo e la concentrazione nel gestirlo. Non si può mai abbassare la guardia, bisogna lavorare al 100% anche per tre ore di spettacolo.
Salvatores è una persona estremamente umile e gentile, oltre che un regista che ha consegnato dei capolavori al nostro cinema. A parte Mediterraneo, che è il più famoso anche per l’Oscar, ricordo sempre anche Nirvana e Io non ho paura, che secondo me sono molto belli.
Per quanto riguarda Gabriele Lavia, porterò sempre con me i due anni di lavoro che ho trascorso con lui. Collaborare con lui è la più grande scuola che si possa fare. Lo trovo un po’ troppo, diciamo, invasivo con le interpretazioni degli attori, ma a livello spaziale, di prossemica e intelligenza di palco è inarrivabile. Portava con sé una serie di regole e malizie nei movimenti e nella gestione del corpo che ho cercato sin da subito di far mie.
Poi a cena ci intratteneva parlando delle sue letture, dei film che guardava la notte quando rientrava in albergo. Insomma, un instancabile lavoratore dell’arte con una cultura smisurata e una grande fame di palcoscenico. Una macchina sempre in movimento.
Non scorderò mai quando disse: «Un giorno il cinema cesserà di esistere perché arriverà qualcosa di nuovo; la televisione chiuderà i battenti perché le informazioni potranno arrivare ancora più rapidamente; il digitale fagociterà tutto, e poi magari anche qualcosa che andrà oltre al digitale. Ma il teatro non se ne andrà mai, poiché è nato e morirà con l’essere umano: perché rappresenta l’uomo, che racconta l’uomo.» Per me, Gabriele Lavia è e sarà sempre il mio unico Maestro.

 

 

C’è un attore che ammira particolarmente o che considera un modello da suggerire ai suoi allievi?
Di attori italiani ho sempre amato i vari Gassman, Tognazzi, Sordi, Manfredi, Gino Cervi, con una spiccata predilezione per Enrico Maria Salerno. Carmelo Bene per me è stato un po’ come i Pink Floyd nella musica: un fulmine a ciel sereno, non comparabile a nulla. Unico.
Per ciò che concerne gli attori contemporanei, sarò banale, ma secondo me Favino è un mostro di bravura, sa essere tutto e tutti. Sarà ricordato alla stregua di quelli già citati. È un vanto nazionale e spero di poterlo conoscere un giorno.

 

 

Nello spettacolo Omaggio a Shakespeare sarà impegnato in letture del grande drammaturgo inglese. Quali aspetti della sua opera la affascinano di più come attore e formatore? Ha un’opera preferita e, se sì, perché?
Shakespeare, lo sappiamo tutti, è un genio. Ciò che ha scritto, solo leggendolo, ci rimanda in un tempo passato di odori, sensazioni, colori antichi. Sempre vivi. Tutti gli attori si devono misurare con lui e con i suoi testi.
Ci sono delle traduzioni in italiano meravigliose, che non fanno rimpiangere l’originale, anzi; la musicalità e la ricchezza della lingua italiana ci permettono di creare delle sfumature clamorose con le sue parole, tanto che delle sue battute sono entrate nell’immaginario collettivo anche dei non addetti ai lavori.
Prima c’è William, poi c’è tutto il resto.
La mia opera preferita è il Macbeth, un po’ perché è il primo testo classico che ho affrontato seriamente, poi per la bellezza dei suoi versi e della metrica. Inoltre racconta la storia di un uomo che si è fatto accecare dalla bramosia di potere, abbandonando tutto il resto; una tal sicumera che ha portato lui e la moglie sino alla morte. Credo che ciò sia uno dei problemi più gravi non solo dell’uomo contemporaneo, ma proprio dell’essere umano. Per tal motivo questo testo è immortale. Subito dopo di lui ci sono La tempesta, Giulio Cesare, Coriolano e anche Riccardo III.

I volti di Femart: intervista a Patrizio La Placa

Patrizio La Placa ha iniziato la sua carriera come puer cantor della Cappella Sistina, trasformando, in breve tempo, la sua vocazione per il canto in un percorso professionale internazionale.
Tra i ruoli più significativi, il Capitan Rodimarte ne Il Trionfo dell’Onore di Scarlatti e Leporello nel Don Giovanni di Mozart.
Nella nuova edizione del festival Femart interpreterà cantate “arcadiche” di Scarlatti, tra cui Tu resti o mio bel nume, in cui tecnica ed espressività si intrecciano. La sua passione musicale spazia dalla lirica al cantautorato italiano, con un’attenzione particolare all’attività sportiva.
In questa intervista in esclusiva per Barocco Europeo, si racconta, svelandoci le passioni che,  oltre al canto, che lo accompagnano da sempre.

Quando è nata la passione per il canto?
Ho cominciato a studiare e ad appassionarmi al canto da bambino, all’età di 8 anni, quando sono diventato puer cantor del coro della Cappella Sistina. Fin da subito ho notato come la musica potesse essere un potente strumento espressivo, e con il tempo non ne ho potuto fare a meno. Crescendo, ho avuto la fortuna di trasformare questa passione in lavoro, grazie ad impegno e dedizione quotidiani.

La sua è una carriera che evidenzia una grande versatilità tra generi e repertori. C’è un ruolo a cui è particolarmente legato? E uno che considera una svolta nel suo percorso?
Tutti i ruoli che ho portato sul palcoscenico mi hanno aiutato a crescere e mi hanno emozionato, ma posso affermare che due sono i ruoli a cui devo molto: il Capitan Rodimarte ne Il Trionfo dell’Onore di Scarlatti e Leporello nel Don Giovanni di Mozart.
Il primo è stato il mio debutto in un ruolo primario, in cui ho dovuto affrontare molteplici sfide, tra cui una regia frizzante ed energica, in cui dovevo fare “acrobazie” e coreografie per me non banali. È stata una produzione meravigliosa, che ho avuto la fortuna di debuttare anche in Giappone.
Il secondo invece è stata una vittoria personale, un sogno che si realizza, un ruolo che amo e che ho amato fin da piccolo. Anche in questo caso, mi sono divertito tantissimo, ed il ricordo dell’applauso e dell’ovazione del pubblico mi emoziona ancora oggi.

Al festival Fenart interpreterà alcune cantate “arcadiche” di Alessandro Scarlatti, tra le poche scritte per un timbro grave. C’è una che sente più sua? E quale rappresenta la sfida più stimolante dal punto di vista tecnico?
A questa domanda non è affatto facile rispondere, perché tutte e tre le cantate in programma sono stupende. Dovendo scegliere, dico Tu resti o mio bel nume. La potenza espressiva dei recitativi, la forza del testo poetico, l’oculato utilizzo delle forme retoriche rendono questa cantata un capolavoro, e trova la sua massima espressione nel recitativo centrale, con un climax energetico a cui è difficile sottrarsi.
Per ciò la vera difficoltà tecnica di questo pezzo è riuscire a mantenere il controllo dello strumento, nonostante il coinvolgimento emotivo. Quando lo eseguo, mi sento come un pilota automobilistico, che deve rimanere concentrato e attento, nonostante le emozioni e l’adrenalina del momento.

Ci sono altri generi musicali, oltre alla lirica, che la appassionano o la ispirano?
Amo la musica e credo di non essere in grado di non ascoltarla in qualsiasi momento libero della mia giornata. Ascolto di tutto, dalle sinfonie di Mahler all’alternative rock, ma credo che ciò che più mi ispiri e appassioni sia il cantautorato italiano. Sono cresciuto ascoltando i CD di De Andrè, De Gregori e Dalla, e ancora oggi sono loro che mi aiutano a evadere dalla frenesia quotidiana.

In un’intervista ha raccontato la sua passione per il trekking. Quanto è importante, per un cantante, praticare uno sport in modo costante?
Fondamentale. Il cantante lirico è uno sportivo, noi siamo il nostro strumento ed è importante salvaguardarci. L’emissione del suono ha al suo interno un complicato meccanismo, basato sull’equilibrio di forza ed elasticità. La respirazione, la postura corretta, il rilassamento di tensioni superflue devono essere praticate con costanza, per permettere al corpo intero di partecipare alla produzione del bel suono. Inoltre, fare sport fortifica il sistema immunitario, e questo contribuisce alla salvaguardia dai malanni stagionali, una maledizione per i cantanti.

I volti di Femart: intervista a Darío Tamayo

Darío Tamayo, nato a Granada, si è formato tra Barcellona e Ginevra specializzandosi in clavicembalo e direzione di ensemble barocchi sotto la guida di Luca Guglielmi e Leonardo García Alarcón. Ha collaborato con orchestre internazionali quali la Berlin Sinfonietta e la Moravian Philharmonic Orchestra.
Fondatore dell’Íliber Ensemble e membro stabile del Continuum XXI, è regolarmente invitato in prestigiosi festival e teatri in Europa e Asia.
Affianca all’attività concertistica quella di docente e ricercatore.
In questa intervista in esclusiva per Barocco Europeo, ci racconta di sé e del suo legame con l’Italia.

 

 

Il suo percorso di formazione musicale l’ha portata dalla Spagna alla Svizzera e poi verso importanti collaborazioni internazionali. C’è stato un momento decisivo in cui ha capito che la direzione sarebbe diventata uno dei suoi linguaggi artistici?In effetti, ci sono stati due momenti chiave che hanno segnato in modo decisivo il mio rapporto con la direzione d’orchestra e il ruolo che avrebbe finito per assumere nel mio percorso professionale. Ricordo ancora con viva emozione la prima volta che ho visto un direttore lavorare con un’orchestra: avevo appena 9 o 10 anni e, insieme ai miei compagni di scuola, assistevo a un concerto didattico offerto dall’Orquesta Ciudad de Granada, nella mia città natale. Quel primo impatto ha piantato un seme che anni dopo, a 16 anni, avrebbe cominciato a germogliare. In quell’occasione, a Granada è stata organizzata una masterclass di direzione d’orchestra tenuta dal maestro Enrique García-Asensio. Quell’esperienza non solo mi ha permesso di accedere ai fondamenti teorici di questa disciplina, ma mi ha dato anche l’opportunità di trovarmi, per la prima volta, alla guida di un’orchestra. Da quel momento ho capito con assoluta chiarezza che la direzione musicale sarebbe diventata uno dei pilastri fondamentali della mia carriera d’interprete.

 

 

Il Coro del Friuli Venezia Giulia ha intrapreso il progetto ambizioso di eseguire l’integrale delle Cantate sacre di Johann Sebastian Bach. Come nasce e si sviluppa la sua collaborazione con l’ensemble?
Il mio rapporto con il Coro del Friuli Venezia Giulia ha iniziato a prendere forma nel 2022, in seguito alla mia nomina come direttore assistente dell’Orchestra Frau Musika, fondata nello stesso anno dal maestro Andrea Marcon. In quel periodo abbiamo collaborato alla preparazione di due opere fondamentali del repertorio sacro di Bach: la “Passione secondo Giovanni” e la “Messa in si minore”. Ho avuto allora l’opportunità di dirigere alcune prove, entrando così in contatto diretto con il coro. Già in quell’occasione, la sua flessibilità, il rigore e la qualità del suono mi hanno conquistato completamente, dando inizio a un legame artistico che continua ancora oggi.

 

 

Cosa significa per lei affrontare il corpus monumentale delle Cantate sacre di Bach?
Non posso che esprimere la mia ammirazione e congratularmi con il coro per questa iniziativa straordinaria. Ricordo bene che, durante una prova, lo stesso maestro Marcon affermò che si trattava del miglior coro in Italia per l’esecuzione della musica di Bach, quindi non dubito che sapranno portare a termine con successo un’impresa così ambiziosa. In questo senso, mi sento particolarmente fortunato a poter contribuire al raggiungimento di questo obiettivo con il nostro concerto del prossimo 24 agosto, che aprirà l’edizione 2025 del Femart.
La nostra collaborazione intorno all’opera di Bach proseguirà inoltre nel mese di ottobre, quando il coro debutterà in Spagna nell’ambito del Festival di Musica Sacra di Granada. In quell’occasione si unirà alla mia orchestra, Íliber Ensemble, per la prima assoluta di un nuovo progetto dedicato alle Sette Parole di Bach, sotto la mia direzione e con un’eccezionale rosa di solisti (Sophie Negoïta, Anthea Pichanik, Jakob Pilgram e Christian Wagner).

 

 

Lei ha studiato e suonato Bach da tastierista: come cambia la prospettiva quando si passa a dirigere un ensemble e un coro?
Studiare la musica per tastiera di Bach offre una comprensione profonda del suo linguaggio armonico e della struttura che lo sostiene. Permette di immergersi nel cuore del tessuto contrappuntistico e di osservare, dall’interno, come gli elementi retorici e simbolici contribuiscano a costruire la narrazione sonora. In un certo senso, è un’esperienza simile a quella di percorrere l’interno di una cattedrale: si percepisce l’architettura dalle fondamenta, si toccano con mano le colonne armoniche, gli archi melodici, la simmetria e l’equilibrio che danno forma all’insieme.
Dirigere un’orchestra e un coro, però, trasforma questa esperienza. Non si cammina più in solitudine nei corridoi dell’opera: si invita altri ad abitarla, a respirare al suo interno. La direzione richiede uno sguardo più ampio, una consapevolezza spaziale e collettiva. Comporta anche un atto di fiducia: si rinuncia al controllo diretto del suono per assumere il ruolo di guida, colui che propone una visione, ispira e facilita la convergenza di molte voci in un solo corpo sonoro.

 

 

Il suo percorso artistico è costellato da numerose collaborazioni con musicisti italiani, dal suo maestro Luca Guglielmi fino ad affiancare Andrea Marcon nella direzione dell’Orchestra Frau Musika di Vicenza e ora a dirigere il Coro del Friuli Venezia Giulia nel concerto di Femart. Come vede l’Italia dal punto di vista musicale e, più in generale, culturale?
Stiamo vivendo, purtroppo, un periodo particolarmente difficile per la cultura in Europa. La turbolenta situazione politica internazionale ha spostato l’interesse e le risorse di molti governi verso altre priorità, relegando gli investimenti culturali in secondo piano. Eppure l’Italia continua a essere un punto di riferimento indiscusso nel panorama artistico globale. Nonostante gli importanti tagli subiti negli ultimi anni dal bilancio del Ministero della Cultura, arrivano anche segnali incoraggianti, come la recente approvazione del Decreto Cultura che sembra introdurre, almeno in linea di principio, misure necessarie e positive per il settore.

 

 

C’è qualcosa di italiano che ama particolarmente?
Cosa amo in particolare dell’Italia? È una domanda difficile, perché si tratta di un paese che adoro e in cui mi sono sempre sentito come a casa. Ma se fossi costretto a scegliere un solo aspetto, forse, anche a rischio di cadere in un luogo comune, direi la gastronomia, per la quale nutro una predilezione speciale.

 

Fotografia di Laura Soriano

Più musica, più valore: la nuova campagna abbonamenti Femart

Da quest’anno, per chi volesse partecipare ai concerti di Femart – Festival Musica Antica e Arti, c’è una grande novità: la possibilità di abbonarsi.
È stata pensata una nuova formula dedicata a chi vuole seguire il festival con continuità: un abbonamento ai quattro concerti a pagamento di Baroque Stories e ai tre appuntamenti di Lettur&Note.

I vantaggi dell’abbonamento:
– un prezzo agevolato rispetto ai singoli biglietti;
– la possibilità di riservare i posti in anticipo;
– l’accesso garantito agli eventi più seguiti.

 

Biglietteria Femart 2025

Concerti Baroque Stories: biglietto intero €10 – biglietto ridotto €8
Eventi Lettur&Note: biglietto unico con degustazione €20

Per informazioni: info@barocco-europeo.org

Abbonamenti Femart 2025 – Più musica, più valore
Ciclo Costo pacchetto Sconto Valore per te! Abbonati on line
Baroque Stories: 4 concerti
Baroque Stories € 40 20% € 32 Acquista
Baroque Stories | Under 20 / Over 65 € 40 30% € 28 Acquista
Lettur&Note: 3 eventi con degustazione
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Lettur&Note | Under 20 / Over 65 € 60 30% € 42 Acquista
Lettur&Note | Minorenni (degustazione analcolica) € 60 30% € 42 Acquista
Femart Experience: 4 concerti + 3 eventi con degustazione
Femart Experience € 100 20% € 80 Acquista
Femart Experience | Under 20 / Over 65 € 100 30% € 70 Acquista
Femart Experience | Minorenni (degustazione analcolica) € 100 30% € 70 Acquista