Leve Zefiro – Eros ed affetti al tramonto della Serenissima

Nella Venezia del primo settecento, già volta al declino, Vivaldi e Marcello si contendono pubblico e fama...

Programma

Vivaldi (1678 – 1741)
Pianti, sospiri
Cantata per alto e continuo

B. Platti (1700 – 1762)
Sonata II in re min.
Largo, Allegro, Adagio, Fuga a tempo giusto

Marcello (1686 – 1739)
Lieve zefiro
Cantata per alto e continuo

Marcello (1686 – 1739)
Sonata VI Op 2 in sol maggiore
Adagio, Allegro, Grave, Allegro

Vivaldi (1678 – 1741)
Qual per ignoto calle
Cantata per alto e continuo

 

Presentazione

Meraviglia e stupore. Caleidoscopici affetti e virtuosismo tecnico. Sottile introspezione e tessuto poetico. Nessun genere musicale nell’ampio repertorio barocco è riuscito a coniugare in un’unica breve forma tanti elementi espressivi con altrettanta forza e precisione quanto il genere della Cantata Italiana.

Composte in onore di mecenati di alto rango, le cantate prendevano vita nelle stanze fastose di palazzi nobiliari, destinate ad un pubblico colto ed esperto. Cifra della capacità compositiva dell’autore e del virtuosismo tecnico dell’esecutore.

Quasi tutti i compositori europei del XVII e XVIII secolo si sono cimentati in questa prova di abilità compositiva e lo stesso Handel, nel periodo italiano, ne ha voluto assimilare tecniche costruttive, espressività testuale e melodica, elementi che ritroveremo poi nelle Opere e negli Oratori.

Nella Venezia del primo settecento, già volta al declino, Vivaldi e Marcello si contendono pubblico e fama. Il primo, abile manager di sé stesso e instancabile compositore di musica di successo; Magistrato, letterato, poeta e musicista, l’altro. Vivaldi: spirito libero, originale, anticonformista, instancabile viaggiatore, nonostante un’apparente salute cagionevole; Marcello:, Arcade, accademico e strenuo difensore del “ben comporre”, strettamente legato all’impero di Venezia.

Due anime speculari, contrapposte nella vita e in musica.

 

Le cantate vivaldiane, entrambe del 1733, sono conservate manoscritte nella Sächsische Landesbibliothek di Dresda; per entrambe il testo è autografo. In Pianti, sospiri il testo poetico declina le insidie di un amore infido e menzognero, che raccoglie e sua volta rigore, disprezzo e crudeltà.

Il combattuto sentimento di un amante non corrisposto fa da sfondo alla cantata Qual per ignoto calle: timore del disprezzo e speranza in un ravvedimento dell’amata sono i sentimenti che si alternano nel cuore del poeta.

Il manoscritto di Lieve Zefiro si trova in una raccolta di cantate conservata presso la Biblioteca Marciana. Il testo si può considerare opera dello stesso Marcello che amava distinguersi da Vivaldi anche per la sua appartenenza all’Arcadia e per la sua dotta formazione letteraria. Anche in Lieve Zefiro, presumibilmente composta nella prima metà del ‘700, il testo poetico procede per allegorie, assimilando l’amante ad un incauto nocchiero che prende il largo, fidandosi della bonaccia, che presto però, a suo danno, si trasforma in tempesta furiosa.

In ossequio agli stilemi letterari dell’epoca, le cantate proposte a paradigma dei due mondi espressivi condividono il tema del contrastato rapporto con l’oggetto d’amore e le metafore descrittive si rifanno ai canoni della poetica metastasiana allora in voga, in cui l’armonia del verso pare quasi dettare da sé la musica di cui essere rivestito (C. Bernardi, C. Susa  – Storia essenziale del teatro).

Entrambe le composizioni vivaldiane presentano un tessuto musicale denso di arditezze armoniche, virtuosismi vocali e colorature a sostegno dell’espressività del verso, in uno spingersi energico e inesausto lungo la trama della narrazione. La potenza del testo è amplificata da un’inusuale ricerca di effetti coloristici che spesso contendono al verso stesso il primato di visibilità.

In netto contrasto, la cantata di Marcello dispone la propria cifra stilistica all’interno di una chiara cornice strutturale, dove gli elementi espressivi si manifestano in dimensioni di calibrata definizione. Tutto rientra in un ordito più trasparente, di riverberi arcadici. L’ascesa verso il climax espressivo dal recitativo centrale all’aria conclusiva si stende in un arco lineare di precisione geometrica. Il testo poetico, autografo, a sua volta introduce allegorie mitologiche così care all’Arcadia del settecento. Da notare un elemento caratteristico che contraddistingue la produzione vocale di Marcello: la straordinaria estensione su cui dispone la linea del canto, ampliandola soprattutto verso la zona grave della voce.

Completano il programma due sonate per violoncello e bc di G. B. Platti e B. Marcello.

Entrambe le composizioni vivono dell’estetica degli affetti, e risentono del gusto del cesello e della densità di dettagli proprio del tardo barocco. Tuttavia, mentre in Marcello il gusto musicale si veste di quella sontuosità intellettuale che si ritrova anche nel suo repertorio cantatistico, nelle opere di Platti lo stile italiano tende a trascolorare nella dimensione più severa del gusto tedesco.

Esecutori

Francesca Biliotti, alto

Gioele Gusberti, violoncello

Donatella Busetto, cembalo

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