Dalla folgorazione infantile per il flauto al fascino degli strumenti a fiato rinascimentali e barocchi, fino alle incursioni nel metal sinfonico: il percorso artistico di Manuel Staropoli è una storia di curiosità, libertà e ricerca del suono. In questa intervista racconta come mondi apparentemente lontani possano coesistere con naturalezza, e rivela cosa rende il barocco ancora capace di dialogare con il pubblico di oggi.
Come è nato il suo legame con il flauto? È stato un incontro casuale, una scelta consapevole o un’attrazione fatale?
Diciamo che è stata un’attrazione fatale. Quando cominciai ero in quinta elementare e mia madre, vedendo la mia propensione per la musica – favorita anche dal fatto che mio fratello Alex già suonava un po’ il pianoforte – mi portò da un maestro per studiare anch’io un po’ di pianoforte. Ma il maestro, Sergio Pittaro, che ricordo sempre con grande affetto, mi disse: «Ok il pianoforte, ma cominciamo a studiare le note con il flauto dolce». Da quel momento non ho più smesso di suonare questo magnifico strumento. Da lì il passo fu breve: mi innamorai di tutti gli strumenti a fiato coevi, da quelli rinascimentali come per esempio cromorno, cornamuto, sordone, fino a quelli barocchi come flauto traversiere, oboe barocco, chalumeau…
Oltre al flauto dolce e al traversiere, suona anche l’oboe barocco, i cromorni, le bombarde: cosa l’ha spinta verso un approccio così ampio e particolare alla musica?
Ho sempre amato il gesto del soffiare. Lo spiegava bene il grande Frans Brüggen: c’è chi è nato per le corde, chi per cantare, chi per soffiare. Non ho mai avuto dubbi sul fatto che con gli strumenti a fiato avrei saputo dare il meglio di me. Di tutti questi strumenti, però, ciò che mi ha sempre affascinato di più è il suono: la bellezza di timbri così diversi e accattivanti. E poi c’è la sfida di trovare il suono e l’intonazione migliori per domarli.
Nella sua attività convivono due mondi solo apparentemente distanti: quello della musica antica e quello del metal sinfonico, con i Rhapsody of Fire. Com’è nata questa contaminazione e cosa le ha insegnato?
Per me è stato tutto molto naturale. La presenza di mio fratello, più grande di me di otto anni, mi ha sempre spinto ad ascoltare cose diverse: lui arrivava prima e mi rendeva partecipe delle sue scoperte e viceversa. A un certo punto le due esperienze si sono fuse: mentre lui componeva in camera con il chitarrista Luca Turilli, io suonavo in soggiorno il flauto. Ogni tanto si fermavano, ascoltavano una melodia e da lì hanno cominciato a nascere cose meravigliose.
Amo tutti i generi musicali, ma certamente musica antica e metal coesistono in me per molti aspetti comuni: l’improvvisazione, una certa struttura intro–strofa–ritornello–assolo…
Sicuramente mi ha insegnato a non avere pregiudizi: ascolto di tutto, dalla musica indiana ai canti della Mongolia.
Il programma del concerto Napoli sfida Venezia mette in dialogo due grandi scuole musicali e la vede protagonista in due Concerti grossi per flauto di Alessandro Scarlatti. Cosa rende questa musica ancora capace di sorprendere e parlare al pubblico di oggi?
La musica barocca è sempre attuale, almeno per come la percepisco io. Quando è ben suonata, seguendo le regole basilari di un’esecuzione che esalti le figure retoriche in essa contenute, il messaggio arriva in modo inequivocabile. Johann Joachim Quantz sosteneva che il musicista ha la stessa funzione dell’oratore: deve farsi capire, esaltare i concetti, essere sempre chiaro.
Dopotutto, se Le quattro stagioni di Vivaldi rimangono l’opera più registrata al mondo da decenni, un motivo ci sarà. Proprio Quantz fu il flautista che Alessandro Scarlatti ascoltò in tarda età: si racconta che non avesse molta simpatia per i flautisti, ma dopo aver ascoltato Quantz disse: «Finalmente un flautista bravo e intonato».
Cercherò sempre di rendere onore a questi strumenti musicali con la stessa devozione dei miei predecessori.